Scrivere per sé di Lorenzo Tomasin 29 agosto 2023 Accademico della Crusca

Agosto 2023

Alcune forme tipicamente odierne di scrittura – ad esempio quella sempre estroflessa e pubblicamente postata delle reti sociali – potrebbero forse indurci a pensare che la comunicazione e l’interazione con l’esterno, con un pubblico, siano scopi fondamentali e quasi ineliminabili del testo scritto. Ma c’è un tipo di scrittura che, comprensibilmente, non solo non si insegna a scuola ma spesso nemmeno si osserva, né si tiene in considerazione anche nella pratica di chi si occupa di lingua per mestiere, come docente o come ricercatore.

Alludo ai testi scritti per sé, cioè ai testi che chi redige immagina possano esser letti (o leggibili) solo da chi li ha scritti. Appunti, promemoria, schemi, brogliacci, note personali. Liste della spesa, persino.

Si capisce bene perché si tratti di un genere trascurato: da un lato, non c’è bisogno di stabilire alcuna norma particolare che faciliti o ottimizzi la comunicazione interpersonale, visto che questo genere di testi non è pensato per avere lettori esterni. Da un altro, si tratta evidentemente di prodotti molto personali e spesso effimeri, perché in genere non destinati nemmeno a una conservazione a lungo termine, sia che si tratti di testi redatti a mano, sia che si tratti d’appunti digitali, eliminabili con la lieve pressione di un dito.

Le forme più elementari di questi scritti sono costituite da gracili appunti: addirittura parole isolate o scarni elenchi, che oggi scriviamo su foglietti volanti che si possono attaccare da qualche parte, ma in genere si scollano presto. Ne esistono però di più complessi, che possono adottare disposizioni grafiche elaborate e originali, oppure distendersi in righe apparentemente convenzionali, sviluppandosi su estensioni più lunghe, seguendo fedelmente il corso del pensiero di chi li produce, ma con tutta la sua accidentata irregolarità e, soprattutto, senza altra esigenza che la comprensione da parte di chi scrive.

Sono testi che tutti produciamo, con varia complessità e con variabile consapevolezza (a volte li scriviamo quasi senza accorgercene, solo per riordinare le idee), e che di solito nessuno ci ha insegnato a comporre. Una delle ragioni per cui vale la pena di osservarli è che essi mettono davanti a una dimensione della lingua alla quale non siamo abituati a far caso. La lingua – ce lo ripetono tutte le grammatiche, fin dalla scuola, e poi ancora tanti raffinati trattati di linguistica – ha quali forme fondamentali il parlato e lo scritto. Il primo, portato al centro dell’attenzione soprattutto dalla linguistica novecentesca, che lo propone come nucleo stesso della lingua, è visto come la forma di comunicazione primaria e caratteristica della specie umana; il secondo è di solito considerato come la successiva trasposizione – regolata, convenzionale, codificata – del primo, di cui riproduce l’aspetto fin nell’adozione, in molte culture, di grafie alfabetiche che altro non sono se non sistemi di rappresentazione dei suoni della lingua parlata.

 

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FONTE

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